Tortino di miglio

Sono stata incastrata, ahimè! Dopo un anno e mezzo a nascondermi nell’ombra, un paio di giorni fa è arrivata la proposta.
“Ti va di fare un intervento alla riunione di martedì prossimo?”
“Ehm, non so, mi sta già salendo l’ansia. Ci saranno tante persone, non so se è il caso…”
“Dai, allora ti segno!”
“No, ma non è un sì!”
“Dovrai pur iniziare…”
“Sì, ma non col botto, così…”

E infine ho detto che sì, farò questo intervento.
Perciò da quattro giorni non penso ad altro e vado in giro a lamentarmi dicendo che dovrò intervenire in una riunione, a nome della mia categoria.
Potevo esimermi dal lamentarmi anche qua!? Sì!

No!
Mi è stato detto di fare esercizi allo specchio, ma se non ho un discorsetto pronto come faccio ad esercitarmi? Ho buttato giù un paio di fatti e di frasi ma niente di organico e sto facendo di tutto pur di evitare il momento fatidico in cui dovrò cimentarmi con la voce. Perfino fare le pulizie non mi è pesato, in questi giorni.

I consiglieri più saggi dicono di scrivere una scaletta e di prepararsi su quella. I consiglieri che sfottono dicono che, nei momenti di panico, è utile immaginarsi che quelli delle prime file siano in mutande. I consiglieri amici blogger hanno qualche consiglio o qualche esperienza da condividere con una povera lamentela ambulante?

Questa sera mi sono distratta facendo un tortino di miglio da leccarsi le sopracciglia, approfittando di alcuni carciofi che Fidanzato ha arrostito ieri sul fornetto da campo.


Ingredienti (per 2 voraci persone).

250 g di miglio
500 ml di brodo vegetale
2 cucchiai di olio EVO
1 cipolla rossa di tropea
2 cucchiaini di salsa shoyu
2 cucchiai di farina di ceci
1/2 cucchiaino di pepe bianco in polvere
3 cucchiai di okara di mandorle e nocciole

100 ml di panna di soia
3 cucchiai di yogurt di soia al naturale
1/2 cucchiaino di sale
2 cm di zenzero fresco grattugiato
2 carciofi arrosto
1/2 cucchiaino di senape
latte vegetale qb
1 cucchiaio di amido di mais
qualche carciofino sottolio (opzionale)

Procedimento.

Ridurre la cipolla in piccoli pezzi, e metterla in una padella con l’olio a soffriggere. Quando la cipolla comincerà a sfrigolare, aggiungere anche il miglio e lasciarlo insaporire per 3 minuti, “spadellando” di tanto in tanto.
Aggiungere il brodo e la salsa shoyu, coprire e lasciar cuocere per 25 minuti circa o sino ad assorbimento del liquido da parte del miglio, girando ogni tanto.

Quando il miglio è cotto, lasciarlo raffreddare per una decina di minuti, versarlo in una ciotola capiente e aggiungere la farina di ceci, il pepe bianco e l’okara di mandorle e nocciole.

Accendere il forno a 200° C, foderare una teglia con carta da forno e distribuirvi il composto formando uno strato alto 1 cm e livellando con un mestolo o un cucchiaio. Infornare per 20 minuti.

Per preparare la crema, privare i carciofi arrosto delle foglie più dure e delle parti più coriacee, eliminare la peluria centrale, tagliarli a pezzetti e aggiungere la panna, lo zenzero e frullare col frullatore ad immersione, aggiungendo del latte vegetale qualora il composto fosse troppo secco. Setacciare la crema ottenuta per eliminare eventuali filamenti. Metterla in un pentolino insieme all’amido di mais, al sale, alla senape e allo yogurt e portare il composto ad ebollizione o sino alla densità desiderata, mescolando di continuo.

Sfornare il miglio e lasciarlo raffreddare, dopodichè ricavarne 6 dischi con un coppapasta.
Tagliare i carciofi sottolio in piccoli pezzi e comporre il piatto alternando un disco di sformato di miglio ad uno strato generoso di crema ai carciofi (3 dischi per piatto).

Terminare con uno strato di crema ai carciofi, qualche pezzetto di carciofo sottolio e una spolverata di pepe nero.

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BeanBurger ai cannellini. Forno Teglia

Ritornano le paranoie lessicali, ereditate dalla cara Dona.
No, non è per giocare a fare scaricabarile, ma certe finezze, se non le leggo o se non mi vengono fatte notare in qualche modo, io proprio non le colgo.
Questa volta, però, mi sembra più facile che per la bis-cotta, nevvero?
D’altronde credo che ‘ham’ significhi ‘carne’. E ‘burger’ significa ‘burger’.
‘Bean’, invece, oltre che una cosa da programmatrice nerd che risparmio alle pagine di questo blog, significa ‘fagiolo’. In senso generico. Come ‘carne’, in senso generico (sto leggendo ‘Eating Animals’, finalmente. O ‘Se niente importa’, come è stato tradotto. “Se niente importa, non c’è niente da salvare”, come disse la nonna).

Divagazioni a parte, la genesi è questa: c’era una volta una coppia di novelli conviventi che andava a fare la spesa praticamente ogni giorno, portando in casa più ingredienti di quelli che effettivamente servivano alla loro cucina e stipandoli nella stanza degli orrori, anche detta ‘stanza del casino’. Quasi due anni dopo, quando le incursioni al supermercato si furono drasticamente ridotte, lei ritrovò nello scaffale della stanza degli orrori un pacco di fagioli cannellini e, presa dal sacro fuoco della pasta e fagioli, decise di metterli a bagno. Tutti.

Morale. La pasta e fagioli ci è piaciuta molto. Chiaramente non ci sono serviti mezzo chilo di cannellini secchi per farla, perciò il rimanente è stato usato per i burger, i beanburger. E i beanburger avanzati, cotti, sono finiti direttamente nel congelatore.
Serviti con una salsa yogurt+mostarda e un’insalata verde+pera+semi di zucca+succo di limone+ olio, sono stati un pranzo veramente soddisfacente.



Ingredienti (per circa 15 beanburger).

400 g di cannellini secchi
1 pezzo di alga Kombu
4 carote di dimensione media
1 mazzetto di prezzemolo
1 cucchiaino di capperi sotto sale
2 cucchiaini di mostarda forte
2 spicchi d’aglio
1/2 porro
1 cucchiaio di mandorle tostate
2 cucchiaini di cumino
2 cucchiaini di semi di sesamo
2 cucchiaini di coriandolo
2 cucchiaini di semi di finocchio
pangrattato qb
sale qb
1/2 bicchiere d’olio EVO
farina di mais qb per la panatura

Procedimento.

Mettere a bagno i cannellini per 10 ore, cambiando l’acqua almeno due volte. Scolarli, metterli dentro una pentola capiente e coprirli abbondantemente con acqua. Aggiungere l’alga e lasciar cuocere per circa un’ora.
Scolare, eliminare l’alga e lasciare raffreddare i fagioli.
Macinare finemente tutte le spezie. Noi abbiamo usato il fido macina caffé elettrico.
In un frullatore inserire prima le carote (lavate e tagliate a pezzi), il porro, l’aglio, la senape, le spezie, il prezzemolo, le mandorle e i capperi, con metà dell’olio EVO. Frullare e, dopo aver ridotto tutti gli ingredienti in piccoli pezzi, aggiungere i fagioli, l’olio rimanente, la mostarda e continuare a frullare sino ad ottenere un composto omogeneo. Trasferire in una ciotola e salare secondo gusto. Aggiungere pangrattato quanto basta per rendere leggermente più compatto il composto, ma non asciutto. Per regolarmi io aggiungo il pangrattato poco per volta, impasto, lascio riposare un paio di minuti e poi controllo se c’è bisogno di altro pane. In questo modo dò al pane il tempo di assorbire l’umidità dell’impasto.

Versare un po’ di farina di mais in un piatto, prelevare un po’ d’impasto, compattarlo e appiattirlo per formare un disco non più spesso di un centimetro. Panare nella farina di mais e cuocere su una piastra, 10 minuti per lato.

Un appunto sulla piastra. Avremmo potuto cuocerli al forno, ma li abbiamo sparati dentro al forno teglia. Chi lo conosce?
E’ lui.

Questo ritrovato della scienza e della tecnica è stato scoperto da Suocera, che lo usa per cucinare delle buonissime pizze.
Si poggia sul fornello grande e all’interno del coperchio ha una resistenza che funge da grill e che va collegata alla presa di corrente.
Le pizze si cuociono una per volta e in appena 3 minuti.
Ricevono quella botta di calore che è simile alla cottura nel forno a legna in pizzeria. Vengono davvero buonissime.
Per cuocere due pizze, contando almeno cinque minuti perchè il forno teglia diventi ben caldo, bastano 11 minuti di consumo di gas e corrente elettrica (il consumo è di 1 kWatt/h).
Ci si possono inoltre grigliare le verdure, cuocere le patate in un tempo molto minore rispetto al forno e con risultati ottimi.
Fidanzato ci fa anche le caldarroste, ma non hanno nulla a che vedere con quelle originali.

Poi ci si possono cuocere i burger.
Io sono contentissima di questo acquisto. Era costato 90 euro, ordinato direttamente dal sito dell’Altema, ma in questi anni si è ampiamente ripagato. No, l’Altema non mi ha pagata per scrivere questa recensione, però lo considero un ottimo prodotto, anche se l’avrei preferito col coperchio rosso.

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Biscotti alle arachidi salate e cacao. Per Dany.

Sui biscotti non c’è molto da dire.
Ammetto che non si aggiudicano nemmeno una menzione nella hit parade dei biscotti sani, ma meritano davvero: almeno una volta all’anno ce li si può concedere.
Si prestano benissimo ad essere sgranocchiati durante un lungo viaggio in treno oppure inzuppati in un buon tè caldo alla vaniglia, con dei gattoni che ti girano intorno, mentre racconti gli ultimi sviluppi della tua vita a qualche amica.
Ce li vedo benissimo anche su un piattino, nel tavolino vicino al divano, che aspettano di essere addentati dalla più vicina lettrice, assorta in uno dei suoi libri o dei suoi fumetti preferiti.
E’ per questi e per altri motivi che li voglio dedicare a Dany. Non posso agganciare un link al suo nome perchè lei non ha un blog, ma so per certo che, spesso in punta di piedi, passa da queste parti.
Ciao Dany, spero che possano strapparti un sorriso.

Ingredienti.

250 g di arachidi salate
90 g di polpa di avocado maturo (come Feli insegna)
35 g di burro di soia (o margarina)
250 g di zucchero semolato
2 cucchiai di acqua + 2 cucchiai di fecola (“fecoluovo”)
1/2 bustina di lievito in polvere
1 cubo di cioccolato fondente ridotto in scaglie
185 g di farina
40 g di cacao in polvere
Procedimento.

Accendere il forno a 180°C.
Amalgamare la polpa dell’avocado e il burro con un frullatore ad immersione, fino a ridurli in crema.
Inserire in un robot da cucina le arachidi e metà dello zucchero e frullare ottenendo una pasta (le arachidi devono rilasciare l’olio) con ancora pezzetti di arachidi.
Aggiungere le arachidi alla crema di avocado e burro, unire lo zucchero,  il “fecoluovo” e impastare con le mani. Setacciare insieme la farina, il cacao e il lievito e aggiungere all’impasto. Per ultimo, incorporare il cioccolato in scaglie. Preparare una teglia, foderandola con della carta forno.
Con le mani leggermente umide (l’impasto è abbastanza appiccicoso) formare delle palline di circa 4 cm di diametro e appiattirle leggermente. Disporre sulla teglia i biscotti ottenuti e infornare per 15 minuti. Dopo averli sfornati, lasciarli raffreddare almeno per una ventina di minuti, prima di trasferirli su una gratella.

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Torta salata ricotta (bis-cotta) e asparagi selvatici.

Ho fatto la ricotta, un’altra volta e sempre col latte munto dalla mucca elettrica. Questa volta ho usato il procedimento che mi ha suggerito la preziosissima Miss, erba cipollina a parte. E ho fatto anche la furbetta, aumentando la quantità di soia usata per fare il latte: 1 l d’acqua, 130 g di soia.
Devo dire che ho ricavato almeno 50 g in più di ricotta, ma non chiedetemi perchè: ho il sospetto che sia legato alla percentuale di proteine. Mi informerò meglio ma per il momento… non sapevo che tempo fa la ricotta fosse considerato un formaggio di serie B (o di siero B, che simpaticona!), ma leggendo qua e là ho scoperto che il termine “ricotta” fa riferimento al fatto che viene prodotta col siero caldo avanzato dalla lavorazione del formaggio. Perciò ri-cotta, cotta due volte.

A questo punto mi sembra doveroso precisare che anche quella fatta col latte di soia è una ri-cotta, poichè viene fatto col siero che avanza dall’okara. Fila?! No!? Allora possiamo chiamarla bis-cotta. E neppure veg, proprio biscotta.

Bene, io con questa biscotta avrei dovuto farci le pardule, ma in questi giorni di convalescenza io e la pasticceria non siamo per niente allineate. Perciò ho lasciato perdere i dolci pasquali per pensare alla cena, guardando dubbiosa quegli asparagi nel vasetto pieno d’acqua i quali, rispondendo al mio sguardo, mi hanno sibilato: “Che ci guardi!? Cucinaci e piantala di dire “biscotta”!!!”

Ingredienti.

1 rotolo di pasta sfoglia
250 g di ricotta di soia
100 g di patate
100 g di porro
olio EVO qb
2 cucchiai di yogurt di soia
200 g di asparagi
2 cucchiai di pistacchi tritati
sale, pepe e noce moscata qb

Procedimento.

Cuocere al vapore gli asparagi per 10 minuti.

Pelare le patate, farle a fette di 5 mm e ridurre il porro a rondelle. Scolare gli asparagi e separare le punte dal gambo. Affettare i gambi a rondelle.
Ungere una padella con un filo d’olio e metterlo sul fornello a fuoco moderato. Lasciarci rosolare lo spicchio d’aglio, in camicia per 2 minuti. Togliere lo spicchio d’aglio e aggiungere il porro, le patate e i gambi degli asparagi. Fare stufare col coperchio, a fiamma bassa, sino a quando la patata non si sfalda. Ridurre il contenuto della padella ad una crema, salare, pepare e lasciar raffreddare.

Accendere il forno a 200° C.
In una ciotola mescolare la ricotta con lo yogurt, aggiustare di sale, pepe e noce moscata. Incorporare la crema di patate, asparagi e porri, mescolando sino a rendere il composto omogeneo.

Porre  la pasta sfoglia in una teglia foderata con carta forno, distribuire il ripieno e adagiarci sopra le punte degli asparagi. Spolverare con i pistacchi tritati e infornare a 200° C per 25 minuti.

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Chai Tea

E’ da un paio di mesi che sto mandando messaggi subliminali al mio “capo” affinché mi spedisca in trasferta a lavorare gomito a gomito con i nostri colleghi indiani. Ma lui nulla, fa finta di non sentire e mi lascia lì a sognare di poter partecipare anche io, un giorno, al festival dei colori e di poter vedere coi miei occhi questa meravigliosa terra.

No, non ho mai assaggiato il chai tea originale, purtroppo. Ma da quando Sara ha accennato alla sua esistenza nel suo ultimo post l’ho ritrovato ovunque. Questo sempre a proposito di messaggi subliminali e coincidenze.
Questa mattina, digiuna e spiaggiata malaticcia sul letto, girovagando qua e là sono finita in questo blog e, next che ti next, come mio solito, sfogliando il blog di questa signora, mi è capitato sotto gli occhi questo post. Tre giorni prima avrei sicuramente pensato “Beh, carino questo, magari un giorno posso provarlo al posto del solito tè”.
Oggi invece ho pensato che avrei dovuto assolutamente provarlo. Mi sono segnata le dosi nella mia fida lavagnetta e sono partita per la cucina: in meno di tre passi ero già arrivata…
Il giorno prima ho preparato il latte d’avena, ma è venuto fuori un po’ troppo liquido, così lo useremo per fare il sapone o per il pane all’avena, vedremo.
Ne ho però usato due tazze per fare questo tè e mi è piaciuto molto. Credo che mi abbia anche un po’ stappato il naso.
In tre parole: confortevole, profumatissimo e riscaldante. Peccato non avere lo schiumalatte!

Ingredienti (per due tazze soddisfacenti).

280 g di acqua
4 grani di pepe (io avevo solo quello rosa, in grani)
3 baccelli di cardamomo
3 piccole stecche di cannella
3 chiodi di garofano
4 cm di radice di zenzero fresco
2 tazze di latte d’avena (250 ml circa)
2 bustine di tè nero
anice stellato, se piace

Procedimento.

Mettere l’acqua in un pentolino, aggiungere il pepe, le stecche di cannella, i chiodi di garofano, lo zenzero e i baccelli di cardamomo schiacciati con la lama di un coltello grande.


Portare ad ebollizione, spegnere e lasciare in infusione per una ventina di minuti. Trascorso questo tempo, aggiungere il latte nel pentolino e portare ad ebollizione. Spegnere il fornello e lasciare in infusione per quattro minuti due bustine del vostro tè nero preferito.
Togliere le bustine e filtrare il Chai Tea con un colino, nelle tazze. Aggiungere l’anice e sorseggiare estasiati.

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Farifrittata ai porri del giardinetto

Voi ci credete alla telepatia, alle coincidenze e tutte quelle cose lì?
Io ci ho sempre fatto caso ma ancora non mi sono fatta un’idea precisa.
E’ che da quando ho questo blog mi trovo a sperimentare ricette che altre “compagne di bloggate” stanno già sperimentando quasi in contemporanea in varie parti d’Italia e perciò mi chiedo se ci sia un modo in cui riusciamo a condizionarci nella scelta del pasto tra di noi.
Mettendo da parte le varie filosofie, sull’ondata del post sulla gallina Isotta della salvatrice di galline autostradali CescaQB (ti stimo, fratella!) e ispirata enormemente dalla farifrittata alle erbe della cara Arianna, ho prodotto questa farifrittata di porri con un sentore di cipolle, pochi giorni prima di cadere vittima del raffreddore (non andate a cercare asparagi mentre fuori c’è l’uragano Irene senza portarvi appresso una cuffia e una sciarpa, ve ne prego).

I porri vengono da Orticellobello. Non so quanti mesi abbiano: so solo che per tanto tempo abbiamo aspettato che prendessero forma di porro e si slanciassero, invece sono rimasti bassotti e tozzi. Sarà colpa del clima? Comunque si sono rivelati saporitissimi, perciò confermiamo che , anche sotto forma di botte piccola, i nostri amici “cipolloidi” sono riusciti a farci gustare un vino buono.

Ingredienti.

100 g di farina di ceci integrale
200 ml di latte d’avena
1/2 cucchiaino di sale grosso
1/2 cucchiaino di curcuma
una macinata generosa di pepe nero
2 piccoli porri
1/4 di cipolla bianca, grande
1 spicchio d’aglio
olio EVO qb
Procedimento.

Preparare la pastella setacciando la farina e aggiungendo il latte poco alla volta, mescolando con una frusta.
Aggiungere sale e curcuma mescolando bene. Infine aggiustare di pepe e lasciare a riposare in frigo per almeno un’ora.


Tagliare la cipolla a fettine sottili. Lavare bene i porri e farne delle rondelle: ho cercato di salvarne il più possibile.
Scaldare un filo d’olio evo in una padella e grattugiarci sopra lo spicchio d’aglio. Aggiungere il porro e la cipolla e lasciar rosolare per un paio di minuti. Spegnere la fiamma e lasciar raffreddare.

Aggiungere i porri e la cipolla alla pastella, scaldare un filo d’olio su una padella antiaderente e versarci il composto. Cuocere a fiamma bassa almeno dieci minuti per lato.

Servire caldo.

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Ricotta e esperimenti mal riusciti.

Questa settimana ho avuto un pensiero fisso: riuscire a riprodurre le pardule, dolci tradizionali pasquali fatti principalmente di ricotta. E riuscire a fare la ricotta, ovviamente.
Sono salita in groppa a Google e ho scandagliato il web alla ricerca di una ricetta che facesse al caso mio e, ingorda come al solito, ho puntato quella della doppia vegricotta delicatissima di Anto.
Così, armata di buone intenzioni, stamattina ho fatto il latte di soia: con un litro d’acqua, 90 g di soia e la mia mucca elettrica è venuto fuori circa un litro e duecento millilitri di latte.

Questa cosa devo assolutamente condividerla: ho sperimentato che l’acqua di lavaggio della soia è perfetta per i fiori, perciò la riciclo sempre versandola nei vasi.
Detto ciò, ho scaldato in un pentolino 1 cucchiaio d’acqua e 3 cucchiai di aceto di mele, ottenendo una soluzione tiepida. Ho scaldato in una pentola il latte di soia sino ad arrivare a 90° C circa, spento il fuoco, versato la soluzione di acqua e aceto e un cucchiaino raso di sale grosso. Dopo aver mescolato per bene ho coperto con un coperchio e lasciato raffreddare per un’ora.
Ecco i fiocconi dentro la pentola.

Non ho una fuscella, ma solo una forma da tofu che mi avevano spedito insieme alla mucca elettrica. L’ho foderata con un pezzo di carta assorbente e ci ho versato sopra il contenuto della pentola, molto delicatamente. Il siero l’ho raccolto in una ciotola. Ho letto che si può utilizzare per fare l’impasto del pane al posto dell’acqua e che si conserva almeno una settimana in frigorifero.
Mi aspettavo un siero non trasparente e invece è venuto giù limpidissimo. Mistero.
Rinuncio alla seconda vegricotta sperata e lascio scolare in frigo per almeno quattro ore la prima.


Finalmente è giunta l’ora: posso controllare la mia creatura. Assaggio una ditata di questi 200 g di creatura ed è proprio buona, delicata e morbida.
Anche Fidanzato conferma che il sapore è di suo gradimento, così gli annuncio: “Faccio le pardule!”

Racimolo gli ingredienti e mi metto all’opera. Non le avevo mai fatte prima, nemmeno con la ricotta di latte animale, però ho visto mia nonna farle e rifarle, criticare tutti i possibili difetti nella lavorazione e nella cottura. Perciò ho un mio modello ideale di pardula che si è formato ascoltando mia nonna.
Non ho fiducia nel DNA, ma sono un’attenta osservatrice e so bene come devo pizzicare e rigirare la pasta per creare un cestino di per quel ripieno cremoso.

Il risultato mi soddisfa e sono contentissima perchè posso finalmente metterle dentro il forno e, non appena verranno fuori, dopo le foto di rito, le addenterò e potrò dire se somigliano a quelle originali oppure no.

Mi piazzo a fianco al forno controllandole di tanto in tanto, mi gusto quel profumino invitante e tra me e me penso ” E’ fatta!”
Le osservo e vedo che si stanno gonfiando come palloncini: sono veramente buffe!

Quando le tiro fuori dal forno c’è già Fidanzato che gironzola intorno cercando di addentarne una: magari l’avesse fatto prima che facessi tutto il servizio fotografico!

Non sono carinissime !?

E invece il ripieno era semicrudo, accidenti! Peccato, perchè il sapore era praticamente identico a quelle originali, non fosse stato per quella consistenza ancora cremosa all’interno.

Che peccato, ci son rimasta proprio male e anche Fidanzato, che aspettava trepidante. Ce le siamo mangiate lo stesso, eh. Ho scoperto che la vegricotta è davvero preziosa, non intendo buttarne nemmeno un pezzetto. Magari la prossima volta la lascio colare di più. E magari la prossima volta potrò condividere questa ricetta. D’altronde son dolci pasquali, sono ancora in tempo: devo solo continuare a sperimentare.

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Crema di sedano rapa con pesto di prezzemolo.

C’era una volta una creatura leggendaria mezza sedano e mezza rapa. Molte persone giuravano di averla avvistata mentre sbucava dal sottosuolo, altre credevano di averla vista aggirarsi tra le cassette del proprio fruttivendolo di fiducia, alla modica cifra di 1 euro al kg.
Qualcuno molto pignolo notò anche che aggirarsi alla modica cifra non ha nessun significato, ma questa è un’altra storia.

Tornando a noi, c’era una volta anche una creatura -tutt’altro che leggendaria- che odiava il “vil olezzo” del sedano e ignorava il sapore della rapa, ma rimase affascinata dalla scoperta della creatura leggendaria che, per comodità e per facilità di comprensione, da qui in poi chiameremo “Sedano Rapa”.
Essendo riuscita ad avvicinare la creatura leggendaria (ma non si era detto che l’avremmo chiamata “Sedano Rapa”?), impaziente di capire esattamente come questa fosse fatta, la creatura non leggendaria si fece tentare da questa ricetta, ma seguendo il proprio cuore.
E là nacque un nuovo amore.

Ingredienti (per 2 persone).

250 g di sedano rapa
150 g di carote
150 g di patate rosse
150 g di cipolla
2 cucchiai olio d’oliva
500 ml di acqua
1 bustina di zafferano
sale e pepe qb

– per il pesto di prezzemolo:
20 g di prezzemolo
2 cucchiai di olio EVO
2 cucchiai di lievito alimentare in scaglie
2 cucchiaini di pinoli
1 pizzico di sale

Procedimento.

Lavare le patate, pelarle e ridurle in pezzi di media dimensione. Fare la stessa cosa con le carote e il sedano rapa. Affettare la cipolla e metterla in un tegame dai bordi alti insieme all’olio. Far imbiondire la cipolla per 5 minuti circa, con la fiamma al minimo. Aggiungere il sedano rapa, le patate e le carote, coprire con l’acqua, tappare e lasciar cuocere per 30 minuti circa, girando di tanto in tanto.
Trascorso questo tempo, frullare il tutto con un frullatore ad immersione, riportare il tegame sulla fiamma, aggiustare di sale e pepe. Lasciar raffreddare e preparare il pesto di prezzemolo, frullando insieme tutti gli ingredienti. Aggiungere alla crema di verdure la bustina di zafferano e mescolare per bene.
Distribuire la zuppa sui piatti, aggiungendo in cima il pesto di prezzemolo.

En passant, la creatura per nulla leggendaria rimase molto colpita da “Sedano Rapa” poichè la scambiò per lo “Spirito del Ravanello” de “La Città Incantata”, per il quale stravedeva, essendosi innamorata della scena dell’ascensore.
Il Ravanello, altro non era che il Rafano. Ma a questo punto le rimase un dubbio: Rafano e Daikon sono due parole diverse per indicare la stessa radice?

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Ricette per la rivoluzione?

Giugno 1969. Orgosolo. Pratobello.

Lo Stato Italiano decide di installare una delle numerose servitù militari, che già gravavano sulla Sardegna, a Pratobello. Il progetto prevedeva la costruzione di un poligono permanente e l’invio di contingenti militari in alcune zone del paese che comprendevano i pascoli utilizzati nel periodo estivo, dopo la lunga transumanza campidanese del periodo invernale. Il Campidano è la zona sud della Sardegna, più vicina alla costa e con inverni più miti rispetto alle zone più interne.
La reazione della popolazione orgolese fu massiva: venne convocata un’assemblea alla quale partecipò tutto il paese (circa 5000 anime, all’epoca) e al termine della quale si decise che il giorno dopo ci si sarebbe recati in massa ad occupare i pascoli di Pratobello.
Ospitali sì, ma non disposti a subire.
Fu una manifestazione non violenta, totalmente pacifica, alla quale parteciparono uomini e donne di ogni età. Lo Stato inviò i militari e i carabinieri a presidiare le zone scelte per la nuova base militare, ma dopo una settimana di proteste fu chiaro che nessuno Stato avrebbe potuto costruire nessun poligono militare in quei terreni sfruttati da sempre per l’economia locale.

2006. Vicenza. Dal Molin.

Gli Stati Uniti progettano di dare vita ad un complesso di edifici che sarà costituito da centinaia di migliaia di metri cubi di cemento. Una nuova installazione militare in un territorio a cui già, in questo senso, è stato chiesto tanto.
Questo ambizioso progetto viene esposto, nel 2004, all’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi, che coinvolge l’allora sindaco di Vicenza Hullweck, il quale mostra propensione verso la proposta avanzata dall’allora premier. Tutto questo si svolge senza il coinvolgimento dei cittadini, che scopriranno tutto 2 anni più tardi, nel 2006. Quando Romano Prodi, nel gennaio 2007, dà il via libera all’attuazione del progetto, 150mila persone si organizzano per circondare la città, dichiarando di voler resistere e difendere il proprio territorio. Dopo quella giornata il movimento ‘No Dal Molin’ ha promosso innumerevoli iniziative di protesta.
Nonostante tutto, i lavori nel cantiere sono continuati ad andare avanti. Lo stile “palladiano” prospettato nei grandi progetti è stato abbandonato per lasciare il posto ad edifici squadrati e senza fronzoli e il trasferimento di qualche migliaio di militari è previsto per giugno 2013.

Oggi. Val di Susa.

E’ tornato alla ribalta il movimento No Tav.  In realtà non si era mai fermato, sono state messe in campo numerosissime iniziative e forme di protesta per evitare la costruzione della Torino-Lione, ma si riprende a parlare della cosa solo quando c’è di mezzo la violenza, classificando le persone che manifestano come anarco-insurrezionalisti, violenti, black bloc, estremisti. Poco importa se dal 2005, quando la protesta è iniziata, siano passati già sette anni. Sette anni in cui le persone hanno cercato di portare avanti pacificamente una protesta più che legittima, che cerca di riappropriarsi degli spazi, della propria economia e del dissentire cercando una mediazione ragionevole.
Inutile che i rappresentanti dello Stato dicano che non ci sarà nessuna mediazione coi violenti: lanciare lacrimogeni tossici addosso a persone con i cappucci in testa (è piena estate in Val di Susa?!), giovani, anziani, donne, non è certo una dimostrazione che si è disposti a trattare.
Dire che il cantiere ormai è stato iniziato, neppure.
Se mi sfugge qualcosa in merito al dialogo pacifico, forse è perchè nessuno mi ha informato sull’evoluzione della maniera di dialogare, in questo paese, degli ultimi anni.

Certo è che dal 1969 ad oggi ne è passato di tempo, ma questo non è bastato ad insegnare ai governanti ad ascoltare la voce delle persone che gli pagano lo stipendio e li nominano come loro rappresentanti. Pare piuttosto che abbiano imparato a tapparsi le orecchie e il naso e a spalancare la bocca oltremodo, ad andare avanti etichettando le persone e privandole man mano delle loro libertà, a glissare palesemente di fronte a ragionamenti e richieste, a sminuire le proteste, le manifestazioni e gli scioperi e, quando possibile, a sabotarne gli intenti.


Oggi non ce la faccio a postare nessuna ricetta della mia rivoluzione personale, nessun outfit e nessuna autoproduzione. Oggi sono così.

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Torta veneziana alle carote rivisitata (senza glutine).

Quando ho raccontato che Sky è entrata nella nostra vita, non ho parlato bene di Nigellona e non intendo farlo neppure ora.
Ogni volta che guardo la sua trasmissione continua a rivolgerle domande sprezzanti alle quali lei non si degna di rispondere: imperterrita, si incaponisce a versare ingredienti a casaccio in posti qualunque pur di non rispondere alle mie illazioni.
Per farmi perdonare devo spezzare una lancia in suo favore a proposito della torta alla quale mi sono ispirata e che lei è stata così brava a condividere.

Qui c’è la ricetta originale di Nigella.

Servirebbe la farina di mandorle, che non ho trovato.
Servirebbe l’uvetta passa che Fidanzato schifa da lontano.
Servirebbero le uova che ora so come sostituire senza paura, grazie alla Cesca-mito e alla sua zebra cake, rifatta divinamente anche dall’estrosisissima Marta in versione carnevalesca.

Questa è una torta “rusticona”, non c’è bisogno di farciture particolari o di abbellimenti scenografici. Quella pioggia di pinoli tostati, secondo il mio modesto parere, la rende bella e accattivante. E’ adatta per la colazione e per il tè, per la fame nervosa e per la fame vera, ma se qualcuno mi permettesse di provarla con l’uvetta passa, beh, credo che sarebbe davvero molto molto più buona.

Ingredienti.

5 cucchiai di olio d’oliva (non extravergine)
130 g di zucchero semolato
3 cucchiai di pinoli
200 ml d’acqua + 30 g di semi di lino
2 carote medie
60 ml di cognac
1 cucchiaino di estratto di vaniglia e cardamomo
150 g di farina di riso integrale
100 g di farina di castagne
1/2 cucchiaino di noce moscata grattugiata
il succo e la scorza di 1/2 limone
3 cucchiai di acqua
1 cucchiaino di lievito per dolci
1/2 cucchiaino di bicarbonato
4 cucchiai di mandorle grattugiate finemente

Procedimento.

Far tostare i pinoli in un padellino, a fuoco moderato. Quando il profumo dei pinoli comincia a spandersi, toglierli dal fuoco e metterli da parte, lasciandoli raffreddare.

Preparare gli “albumi”: mettere sul fornello un pentolino con l’acqua e i semi di lino, mescolando continuamente. Portare a bollore, abbassare la fiamma al minimo e mescolare per altri 4 minuti. Con un colino, scolare i semi di lino, recuperando il liquido di cottura che diventerà sempre più gelatinoso man mano che si raffredda. Mettere da parte e lasciar raffreddare.

Grattugiare le carote e metterle fra due pezzi di carta assorbente, rigirandole per asciugarle.

In una ciotola capiente versare l’olio e lo zucchero e mescolare con una frusta in modo che si amalgamino per bene e che venga incorporata più aria possibile. Aggiungere gli “albumi”,l’estratto di vaniglia e cardamomo, il cognac e continuare a mescolare energicamente e con movimenti ampi (sempre per la questione dell’incorporazione dell’aria).

In un altra ciotola setacciare insieme le due farine, il lievito e il bicarbonato. Versarci sopra il composto liquido e amalgamare per bene. Aggiungere l’acqua, il succo e la scorza del mezzo limone, le mandorle grattugiate e la noce moscata, mescolando sino ad ottenere un composto omogeneo. Ungere una tortiera, versarci sopra il composto, spolverare coi pinoli tostati, infornare a 160° per i primi 10 minuti, poi aumentare la temperatura del forno sino a 180° e lasciar cuocere altri 20 minuti, circa.

Con questa ricetta voglio partecipare alla raccolta di Cle, “Non rompete le uova!!!”, alla quale partecipa anche Sara.

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